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viernes, 23 de noviembre de 2012

Kaballà - Pippo Rinaldi






Kaballà, ovvero il nome di una antica disciplina esoterica di origine ebraica che ricercava nuove chiavi interpretative dei testi sacri, e a cui si deve l’origine del termine a noi ben più noto “cabala”, è il biglietto da visita scelto da Giuseppe Rinaldi per proporsi artisticamente.
Rinaldi nasce a Catania, dove si laurea in giurisprudenza. 
Da subito partecipa attivamente alla vita culturale ed artistica della città siciliana, sia singolarmente che tramite alcune band, concentrandosi in particolare sullo studio e la ricerca delle radici della musica popolare siciliana.
Nonostante ben presto si allontani dalla Sicilia, il legame con la terra natale tuttavia non verrà mai meno. 
Il trasferimento a Milano, all’inizio degli anni ottanta, più che un distacco dalle proprie radici, è l’occasione per arricchire la propria esperienza artistica, confrontandosi con differenti forme espressive quali la danza e la recitazione.
Un patrimonio culturale che verrà ulteriormente impreziosito dall’esperienza del viaggio: Medio Oriente, Andalusia, Irlanda, Cecoslovacchia (dove conoscerà Mike Stipe, Natalie Merchant e Billy Bragg, esibendosi con loro in un breve tour).
Un peregrinare che, lungi dal costituire un semplice movimento fisico, lo porterà non solo a ricercare ulteriori assonanze sonore, ma a rafforzare sempre più l’idea che l’idioma e i suoni della Sicilia abbiano potenzialità espressive tali da convivere, se non addirittura armonizzarsi, con le forme musicali contemporanee, quali il folk-rock e l’etno-rock europeo.
Questo percorso di ricerca musicale lo condurrà all’incontro con Gianni De Bernardinis e Massimo Bubola (che molti ricorderanno in veste di coautore di alcune delle più belle pagine del repertorio di Fabrizio De Andrè).

Kaballà debutta nel mondo discografico nel 1991 con l’album Petra lavica. Il progetto musicale, facente capo anche a Gianni De Bernardinis e Massimo Bubola e a cui collaborerà anche Mauro Pagani, si pone subito all’attenzione della critica per la sua originalità, grazie anche alla partecipazione al Club Tenco e al Premio Recanati.
L’interessante “contaminazione” di melodie pop e suoni etnici uniti dall’uso del dialetto siciliano (esperienza alquanto insolita nel panorama musicale italiano), colpisce subito per la sua immediatezza e per la sua freschezza tipicamente “mediterranea”.
La Sicilia, con la sua lingua ed i suoi suoni, frutto della sedimentazione culturale delle numerose dominazioni, nelle canzoni di Kaballà è simbolo del melting-pot mediterraneo, in cui ritrovare echi di sirtaki e tracce di bolero, sapori magrebini e profumi iberici, i colori di un tramonto sull’Egeo infuocati come la lava dell’Etna.
Da non sottovalutare il contenuto dei testi, i quali spesso traggono ispirazione da numerosi riferimenti letterari (Pirandello, Sciascia, Verga, Tomasi di Lampedusa, Vittorini, per giungere a Kavafis).
Su tutto domina il tema del ritorno e della riscoperta delle proprie radici.
I brani trainanti sono la bellissima title-track “Petra lavica” (di cui ricordiamo il video girato nella località di Porto Palo e la cui versione strumentale verrà utilizzata quale colonna sonora per lo spot pubblicitario di un olio di oliva) e “Fin a dumani” che, complice il suo ritmo, avrà una certa notorietà nelle discoteche catanesi.
L’album seguente si intitola Le vie dei canti ed esce nel 1993.
Il lavoro tra i credits non vede più il nome di Bubola, arricchendosi però di collaborazioni non meno eccellenti quali quelle di Angelo Branduardi, Rossana Casale e dell’amico Brando.
La ricerca espressiva di Rinaldi compie un ulteriore passo. Difatti, laddove “Petra lavica” era più “impulsivo”, derivando dalla necessità di concentrare in un solo album anni di esperienze musicali, spesso diverse fra loro, “Le vie dei canti” mostra invece una maggiore omogeneità di fondo.
Le influenze etniche, seppur ancora presenti, sono meno marcate ed il lavoro intero è orientato, in modo particolare, a ricercare una simbiosi ideale tra lingua siciliana e sonorità contemporanee più affini al pop-rock statunitense.
Il livello qualitativo si mantiene sempre su livelli notevoli, conquistando ancora una volta i giudizi lusinghieri della critica specializzata.
Tra i brani spicca la splendida “Itaca”, la quale avrà anche una discreta diffusione radiofonica.
Per il nuovo album occorre attendere tre anni. E’ difatti il 1996 quando viene pubblicato Lettere dal fondo del mare.
Un album diverso dai precedenti. La composizione in lingua italiana diviene predominante (solo uno l’episodio in dialetto siciliano, “Canto d’amore e demoni”), così come sono lontane le sonorità etniche, le quali hanno ceduto il testimone nei confronti di una melodia più “tradizionale” (ne è un esempio il pezzo di punta “Balliamo balliamo”), complice la produzione di Claudio Guidetti. Il lavoro è comunque interessante e ben curato, specie nei testi, come di consueto colti, mai banali e dalla metrica studiata con accuratezza, ideale preludio alla futura attività di compositore. 
Nonostante il consenso critico, positivo e lusinghiero, non altrettanto può dirsi del riscontro commerciale.
L’album successivo, difatti, uscirà per l’etichetta catanese indipendente “Musica & suoni”.
Si tratta del live Astratti furori. Un’occasione non solo di ripercorrere in una “alchimia elettroacustica” i momenti salienti della propria carriera artistica, ma anche di riunire accanto a sè in alcuni dei nomi più illustri del gotha musicale catanese, come i Rossofisso, Toni Carbone, Brando, Cesare Basile e Luca Madonia.
A completare il tutto l’inedito “Todo modo” e una riproposizione di “Astratti furori” (apparsa in una prima versione all’interno della compilation “Mastrarua”).
Saranno le ultime testimonianze discografiche di Kaballà in qualità di interprete che, da questo momento, accantonerà momentaneamente l’attività di musicista (salvo sporadiche esibizioni dal vivo) per concentrarsi su quella di compositore, nonché su tutta una serie di progetti alternativi, quali lavori teatrali e colonne sonore.

Ciò che contraddistingue il cammino artistico di Kaballà negli ultimi anni, tuttavia, è la composizione di testi per altri artisti.
Alessandra Amoroso, Brando, Carmen Consoli, Patrizia Laquidara, Mietta, Nicky Nicolai, Noemi, Anna Oxa, Raf, Ron, Antonella Ruggiero, Tazenda, Valerio Scanu, i tenori Tony Henry e Josh Groban, sono solo alcuni fra coloro che si sono pregiati della firma dell’autore siciliano.
Tra le collaborazioni eccellenti citiamo anche quella con Eros Ramazzotti (l’hit internazionale “I belong to you” – uno dei brani più programmati e venduti del 2006 – e il duetto con Ricky Martin “Non siamo soli” edito l’anno seguente, portano difatti la sua firma) ma, soprattutto, l’emozionante collaborazione all’album “Amore infinito” di Placido Domingo, i cui testi sono ispirati alle poesie di Giovanni Paolo II.
Di particolare rilievo e longevità, poi, le collaborazioni con Susanna Parigi e con il conterraneo Mario Venuti.
Ricco di soddisfazioni si rivela anche il connubbio con il festival di Sanremo, come testimoniato dai numerosi riconoscimenti:
- nel 2004 “Crudele”, interpretata da Mario Venuti, vince il premio della critica “Mia Martini”
- nel 2005 Antonella Ruggiero si impone nella categoria donne con “Echi di infinito”
- nel 2010 “L’uomo che non sapeva amare” di Nina Zilli si aggiudica il premio della critica nella sezione giovani.
Non stupisce, quindi, come Kaballà sia oggi un autore sempre più stimato e richiesto.
Il nuovo, attesissimo, album solista è attualmente in fase di lavorazione.
Il lavoro, testato parzialmente nello spettacolo “Viaggio immaginario nella Sicilia della memoria”, sarà caratterizzato dalla contaminazione multiculturale che ha contraddistinto le sonorità dei primi album.
La data di pubblicazione è, tuttavia, ancora da definire.


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